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Aspettiamo che finisca

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Omicron è terribilmente contagiosa ma non ti ammazza? Bene, allora aboliamo il bollettino quotidiano del Covid perché sennò la ggente si deprime. O forse incomincia a capire che, sia che si tratti di élite no vax miliardaria o di poracci pressati all’alba negli spostapovery, gli unici numeri che contano sono quelli del PIL.

Come abbiamo più volte sottolineato in quest’angolo di quiete (pure troppa) al di fuori di social cazzari, leoni da tastiera e affini, il nostro è un paese in cui non esiste di fatto alcuna opposizione a Draghi, a quell’architrave neoliberale che è il pd e a ciò che resta, dopo mille diaspore e cambi di casacca, dei 5*.

Di contro, le scaramucce su Green Pass e obbligo vaccinale che ammorbano l’aria da mesi contribuiscono a fomentare quel clima divisivo, mirabilmente parafrasato da Tommaso Nencioni con la locuzione “politicizzazione delle puttanate”, che altro non è se non la trasposizione del “divide et impera” che una classe politica ridotta alla parodia di se stessa (vedi la candidatura di Berlusconi) utilizza per dissimulare il volto irrimediabilmente guasto della democrazia.

Viviamo da ben prima della pandemia in un “tempo fuor di sesto”. Ogni giorno assistiamo all’avvicendarsi sul pulpito farlocco della chiesa mediatica  di personaggi talmente bolliti da non andar bene nemmeno con le salse.

La polarizzazione della discussione nell’ambito di una visione binaria irriducibile su qualsiasi argomento, se da un lato permette a Meloni e Salvini di pescare consensi nel sottobosco dei novax/nobrain/terrapiattisti, dall’altro permette a Draghi di sostenere in conferenza stampa che “gran parte dei problemi che abbiamo oggi dipende dal fatto che ci sono dei non vaccinati”,

A noi pare invece che le categorie uniche, usate per spiegare il mondo così come per difendersi dalla mancata comprensione dei fenomeni per evidenti limiti cognitivi, siano solo il riflesso del rasoio di Occam. Non il rasoio.

Creato dal teologo del quattordicesimo secolo,  il principio può essere formulato come segue: “Le entità non dovrebbero essere moltiplicate oltre il necessario”. In sostanza, Guglielmo di Occam ci suggerisce di scegliere le spiegazioni o i modelli più semplici per qualsiasi fenomeno che possiamo osservare: dunque, se vediamo  luci che si muovono nel cielo di notte, dovremmo pensare a entità esistenti e conosciute come aeroplani o stelle cadenti prima di prendere in considerazione dischi volanti o gare di streghe su turboscope.

Per fare un altro esempio terra terra sull’efficacia di questo semplice assunto, viene spesso descritta la situazione tipo dell’energumeno alterato che corre verso di noi brandendo un coltellaccio:  non ci serve certo avere la totalità delle informazioni per iniziare a correre in direzione opposta alla sua.

A questo punto un filosofo “puro” potrebbe argomentare che, non avendo un quadro completo dei fatti, non ci è dato sapere se l’energumeno ci ferirà prima che l’evento si verifichi in concreto. La sua obiezione sarà che sono possibili diverse conclusioni alternative della vicenda, ma è assai probabile che si troverà in difficoltà a narrarle tutte, se nel frattempo avrà avuto la gola recisa.

L’istinto di sopravvivenza, al contrario, si accontenterà di quella che è la descrizione più probabile e metterà in atto una linea di azione che otterrà di massimizzare la probabilità di uscirne vivi.

Mai come in questi tempi l’argomentazione secondo cui  “non abbiamo dati sufficienti per affermare qualcosa” è una tra quelle che emergono con maggior frequenza nel dibattito mediatico, sia che si parli (troppo poco) delle alterazioni climatiche di natura antropica sia che si affronti la pandemia o, infine, che si narri la barzelletta di un pregiudicato pluriprescritto padre della patria e di quello che potrebbe essere un cavallo di battaglia del suo discorso di insediamento: la mela che sa di gnagna.

Viviamo, che ci piaccia o no, in un’epoca in cui è diventato quasi impossibile distinguere il falso dal vero. La ridondanza generata dai moderni strumenti di comunicazione digitale, anziché aiutarci a discriminare tra realtà ed invenzione, alimenta la disinformazione creando un processo di feedback continuo in cui si inseriscono abilmente i meccanismi che consentono ai media digitali un ritorno economico. Ma dai?

Non è storia nuova e non ci illudiamo certo  di produrre chissà quali concetti in questo sfogatoio per pochi, ma duole constatare che anche nella società dell’informazione il denaro olia la trasmissione di informazioni, indipendentemente dalla loro correttezza, agendo con modalità proprie ed improprie.

Una recente evidenza è data dal fatto che gli algoritmi sviluppati da facebook siano stati oggetto di riflessioni critiche e di denunce di ex dipendenti per aver dato la priorità a contenuti che promuovono bufale e falsità.

Purtroppo, se la metafora del rasoio concretizza l’idea di un metodo che postula sostanzialmente il principio in base al quale “a parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire”, talvolta considerare se non la complessità almeno la pluralità e la veridicità servirebbe a non assolutizzare o, prima ancora, a non banalizzare. Tuttavia non è così facile.

E allora, tornando all’esempio dell’energumeno con il coltello, che si fa? A) Si scappa? B) Si sta fermi ad aspettare che passi oltre? C) Si muore?

Gestire un sistema complesso, nel pieno di una pandemia mondiale, non è per nulla facile. Specie se gli errori arrivano da lontano, vale a dire dalla mancata “zona rossa” in Val Seriana e in tutta la bergamasca due anni fa. Un sistema complesso accumula nel tempo deficit che derivano perlopiù da scelte iniziali sbagliate.

Come accade per i problemi ambientali, la vera condanna del nostro futuro (non è un caso se i super ricchi pensano alla colonizzazione di Marte), un sistema complesso presenta ad un certo punto soglie oltrepassate le quali esso evolve in modo assolutamente imprevedibile ed incontrollabile.

In questo quadro con più pittori perlopiù scrausi e millemila sfumature diventa difficile fare sintesi e, forse, anche Occam avrebbe gettato la spugna, pardon il rasoio. Va da sé che gli unici dati tenuti d’occhio dai governi neoliberisti di mezzo mondo nel tentativo di dare una risposta all’emergenza Covid sono stati l’immarcescibile PIL e il tasso di occupazione dei letti ospedalieri. Peccato solo che il secondo appaia viepiù paradossale in un sistema sanitario pubblico come il nostro ridotto all’osso da un ventennio di tagli e privatizzazioni.

E allora ecco la pensata geniale che avrebbe reso orgoglioso Occam in merito all’applicazione del suo principio: se il bollettino giornaliero che tiene conto di contagi, ricoverati e morti diventa un “inutile stress”, togliamo il bollettino. O quantomeno tarocchiamolo, togliendo dal conteggio quelli che arrivano in ospedale per altra causa e risultano anche positivi al Covid. Per gli ospedali non cambia una cippa – isolamento, percorsi differenziati, stress del personale sanitario perennemente sotto organico, difficoltà enormi nel gestire la normale routine ospedaliera– ma così facendo alla ggente si possono propinare numeri meno choccanti.

Stesso discorso per gli asintomatici: che li censiamo a fare? Mica sono malati! Ok, però sono infettivi. E dunque ripropagano il virus a loro insaputa, favorendo il contagio, soprattutto tra i fragili e gli anziani che le ondate precedenti non si sono ancora portati via.

Che dire poi delle possibili mutazioni che ritornano sotto forma di lettere dell’alfabeto greco a rendere parzialmente obsoleti i vaccini (ormai solo due)? Udite udite popolo, qua non si parla di sistemi di immunizzazione sviluppati da team di lavoro in ambito pubblico, ma da multinazionali del farmaco e del profitto.

La paura è una febbre sociale assai ardua da governare, proprio come il virus. Una volta suscitata, con la speranza di facilitare il disciplinamento generale attraverso codici che certificano chi può alzare il gomito nei locali e chi no, può diventare tanticchio complicato farla rientrare.

In conclusione, quel che preoccupa non è tanto l’esibizione di un qr code ad accompagnare lo gnegne di una mal celata superiorità cognitiva quanto la negazione della medicina come parte di una più vasta diffidenza verso le scienze. Si va diffondendo sempre più una sorta di  controfede basata sul “niente è vero” che taglia ben più del noto rasoio.

È la conseguenza di un processo di semplificazione che in una società evoluta è alla base del metodo scientifico, ma in un villaggio globale di webeti, se portato alle estreme conseguenze, può arrivare ad annichilire una civiltà.

A noi questa pare decadenza da tardo impero.

“Qui sembra il Medioevo
L’Italia è un paese difettoso e infatti torna indietro”. (cit.)

 

 

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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