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Dall’impegno nel sociale alla prova del Consiglio Comunale: intervista ad Andrea Sacco

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Andrea Sacco è nato a Torino.  Fin dai tempi in cui era studente all’Avogadro, ha dedicato parte del suo tempo a cercare di rendere migliore l’ambiente in cui viveva, impegnandosi come rappresentante degli studenti.

Nel 2000 l’incontro con l’associazione ACMOS, esperienza che gli ha permesso di animare percorsi educativi nella sua città, in Italia e in seguito anche all’estero.

In oltre venti anni, anche grazie all’impegno nell’associazione LIBERA, Andrea si è dedicato principalmente ai temi della qualità della vita scolastica, della partecipazione giovanile, dell’accoglienza, dell’attenzione alle fragilità, della giustizia sociale nelle periferie torinesi e dell’impegno per la legalità democratica contro tutte le mafie.

Nel 2015 la scelta di fare un passo in più,  mettendo al servizio della politica il bagaglio di esperienze maturate: si è tesserato per il Partito Democratico. 

Oggi Andrea si candida in Consiglio comunale per la coalizione di centrosx. 

Quali pensi possano essere le reali “skill” del PD torinese da mettere concretamente e da subito in campo a livello tematico per superare il refrain abusato  del “battere le destre”?

Marco, io credo si debba lavorare per un’idea di città che sogniamo. Da diversi anni la nostra Città sta facendo i conti con una grave crisi. Abbiamo superato un anno che ha segnato drammaticamente la vita di molte famiglie.  Abbiamo bisogno di scelte importanti, di speranza, di visioni ambiziose che restituiscano alla nostra città la dimensione che merita, quella di una grande città europea.

Dobbiamo reagire rimettendo al centro la nostra comunità: i torinesi. 

Nelle fragilità del tessuto cittadino spesso ritroviamo i segni della solitudine che strappa la vita di molte persone, in cui si alimenta un senso di smarrimento, di sfiducia e paura.

Scegliere un certo modello di istituzione cittadina significa guardare ad un certo modello di società, per questo la prima lotta che come centrosinistra dobbiamo affrontare è quella contro la solitudine, in cui l’attività politica sia finalizzata a costruire una comunità plurale, coesa, attenta e solidale. E’ un impegno sartoriale che vuole ricucire gli strappi provocati delle disuguaglianze e dalle ingiustizie sociali, che porta le persone a legarsi fra loro attraverso un patto in cui riconoscersi, un’idea per cui muoversi con passione nella stessa direzione, una casa in cui tutti vengono riconosciuti nella loro dignità. 

Sogno una città a misura di ciascuno, in cui ad ogni persona viene riconosciuta la propria occasione per costruire una vita libera e dignitosa.

Proiettando il ragionamento su Torino all’esperienza di governo nazionale, pensi  che la classe dirigente proposta da Draghi, vale a dire Giavazzi, Cingolani, Sileoni, Fornero e, buon ultimo, il leghista Giorgetti, possa dare un segnale positivo nella gestione dei fondi europei e parimenti un segno forte alla ripresa del Paese, o  questo per il PD targato Letta rischia di essere invece il completamento del percorso di adesione al modello neoliberista? In altre parole, restano solo due o tre anime belle come Provenzano e Cuperlo, mentre tutto il resto è un continuo divenire di realpolitik?

Viviamo un tempo in cui la disaffezione verso la politica fa rima con astensionismo. Il partito degli astensionisti rischia di essere il primo partito del Paese. Quale futuro per una democrazia che perde i suoi cittadini per la strada? Io credo che non si debba delegare a nessuno il compito di creare il cambiamento che auspichiamo nella società, credo nella corresponsabilità. Per questo ho scelto di prendere parte. Ho fatto per molti anni l’educatore spronando i giovani all’impegno sociale e politico, per questo oggi non credo serva meno coinvolgimento, ma piuttosto un ulteriore scatto di responsabilizzazione. Giovanni Falcone diceva: “Le mafie sono un fenomeno umano e come tutti, hanno un inizio e una fine, ma bisogna volerlo”. Ecco, credo in un impegno politico che alimenta il desiderio in tanti per costruire insieme una società più giusta. Le persone che intendono così l’impegno politico saranno sicuramente miei compagni di strada. In questi anni ho imparato che è il “noi” che vince, non abbiamo bisogno di leader con poteri taumaturgici, abbiamo bisogno di riconoscerci gli uni negli altri e unirci cooperando per costruire la Torino che vogliamo.

Le primarie ti sono sembrate uno strumento utile a fare sintesi tra le varie anime del centrosx, unendo in nome di un progetto che vede la città come fine ultimo, o alla prova dei fatti sarà ancora il “correntismo” a dettare la linea del pd torinese e dei suoi alleati?

Nonostante tutto io continuo a preferire una coalizione che sceglie il proprio candidato Sindaco alla luce del sole e invitando tutto il suo potenziale corpo elettorale ad esprimersi. Lascio volentieri alla destra le decisioni prese nei salotti inaccessibili di chissà quale città.

Non dobbiamo mai smettere di credere che nel maggiore coinvolgimento nasce la speranza.  

Certo, le primarie sono uno strumento e come tale devono essere considerate. Sono quindi rivedibili e modificabili o comunque non sono il fine. 

Il fine è allargare alla maggiore partecipazione possibile, per coinvolgere i cittadini del centrosinistra in un processo attivo di scelta democratica. 

Aver preso a bordo Italia Viva e Azione non ti pare un segno di debolezza? È pur vero che sulla rive droit Damilano sta facendo campagna acquisti pescando tra madamine, staffiste dei 5*, renziani “dissidenti” e addirittura ex vicesindaci di Chiamparino, secondo quanto riportato da alcuni quotidiani: ma un segnale forte di discontinuità mai? 

In questo periodo vengono presentate le liste con i candidati al prossimo consiglio comunale. Se guardo alla lista del mio partito, il PD, sono molto soddisfatto. Sono presenti molti candidati in questa lista con cui ho costruito negli anni dei veri percorsi di impegno sui territori, anche fuori dalla stringente attività di partito. C’è una lista composta da 20 donne e 20 uomini, di cittadini e nuovi cittadini. Ci sono molti giovani e molti alla prima candidatura, come me. Le storie e i percorsi di questi candidati restituiscono una presenza costante e diffusa in tutte le sfaccettature della società torinese. Mi sembra che questo sia un segnale positivo di discontinuità, di profonda apertura.

Un bel segnale sarebbe quello di riportare il focus su una città sempre più povera, in cui emergono forti scollamenti economici tra quartieri che si tramutano poi in distanze socioculturali incolmabili, il pane quotidiano per la narrazione populista. Come se ne esce? 

Abbiamo scelto di dare un titolo al percorso della mia candidatura. Abbiamo scelto “Torino Vicina”, la scelta è maturata nel gruppo che mi sta accompagnando in questa esperienza, proprio a partire dalla tua domanda. Io credo sia fondamentale costruire il futuro della nostra città mettendo al centro il tema ambientale, della giustizia sociale, del lavoro, dei diritti, della scuola, dell’accesso alla casa a partire dall’idea di voler accorciare le distanze tra i torinesi e l’istituzione cittadina. Bisogna ripensare la macchina amministrativa affinchè sia più prossima e accogliente nel sostenere le necessità dei torinesi. Prima di tutto c’è da ripristinare un patto di fiducia fra Comune e cittadinanza, organizzazioni sociali e attività produttive. Troppo spesso si percepisce una mancanza di riconoscimento. Per esempio quanto tempo ci vuole oggi per fare una carta d’identità? Ci vuole praticità, ma anche la profonda consapevolezza di riconquistare un dialogo con la città in modo credibile.

Qualche giorno fa abbiamo chiesto ad un altro candidato della tua coalizione come si può fare ad attrarre i giovani verso l’attivismo politico che non sia solo quello rivolto alle tematiche ambientali e pro diritti civili. Come mai i giovani scelgono sì di impegnarsi, ma stanno lontani dai partiti? 

Don Lorenzo Milani diceva che bisogna rendersi conto che il problema degli altri è come il mio, sortirne da soli è l’avarizia, sortirne insieme è la politica. Io provengo da un’esperienza ventennale di movimento attraverso Acmos e Libera. Quando vent’anni fa iniziai questa esperienza, mi resi conto che il mondo così com’era non mi piaceva e volevo contribuire a cambiarlo e mi resi conto che come me molti altri giovani si ponevano le stesse domande e insieme abbiamo provato a costruire un percorso per cercare le risposte. Avevamo il desiderio di conoscere e capire, di reagire e prendere posizione per costruire ciò che mancava. Così sono nati tutti i progetti sociali in cui mi sono speso. Io credo che questi sentimenti muovano anche oggi tanti giovani. La formazione, creare esperienze autentiche di condivisione, promuovere impegno, darsi obiettivi, affiancarsi ad adulti credibili e perché no divertirsi, nel mio percorso è stato fondamentale. Le organizzazioni politiche riscommettano su questo e aprano le porte, i giovani arriveranno da soli.

Sempre a proposito di giovani e di impegno, qualche maligno potrebbe obiettare che la politica, così come la declinerebbe Rino Formica, e l’educazione alla cittadinanza come motore di Acmos abbiano poco in comune. A che punto il momento di aggregazione tra persone, quale ad esempio è la scuola, diventa luogo in cui investire tempo e risorse per far crescere gli studenti come cittadini e non solo come ospiti del proprio ambiente? Quali limiti vedi nel portare questo modello “dialogante” all’interno di strutture politiche come il PD in cui è spesso un volare di stracci tra fazioni? 

Quanto ero uno studente, ho fatto  il rappresentante della mia scuola ed ero parte attiva dei movimenti studenteschi. Passavo più tempo nella mia scuola, l’Avogadro, che a casa e la cosa magnifica era che restavo a scuola non solo per studiare. La scuola era il mio ambiente di vita e ha cambiato la mia vita. Io credo che sia importante maturare un senso di appartenenza, di affezione, di cura verso l’ambiente che stai vivendo e questo ti spinge a muoverti. Tornando a Don Milani è l’ “I care”, il contrario del motto fascista “me ne frego” o di quello mafioso per cui “fatti i cavoli tuoi che campi cent’anni”, è il “mi sta a cuore”, mi importa è corresponsabilità, il fondamento della democrazia, è il desiderio di voler cambiare insieme agli altri le ingiustizie che vedi. Noi non galleggiavamo, eravamo responsabili di un pezzo di scuola e questo anche grazie a Giulio Cesare Rattazzi, un grande Preside a cui devo molto. Fu consigliere comunale a Torino. Io credo che il Partito sia un mezzo, quello che ci siamo dati o abbiamo scelto, ma ciò che muove è il senso profondo del fare politica, per me il desiderio di voler abbattere le ingiustizie che privano molte persone della possibilità di vivere una vita libera e dignitosa.

Due domande a bruciapelo per chiudere questo momento di condivisione: che cosa significa per te e per il tuo vissuto sul territorio il concetto di sicurezza? Pensi di essere in sintonia su questo tema con le altre anime della coalizione? 

Oggi sicurezza e legalità sono parole che stanno sulla bocca di tutti. Rischiano di essere parole abusate e svuotate di significato. Spesso la legalità viene usata come manganello per giustificare qualsiasi cosa. Per me la legalità è uno strumento per costruire giustizia sociale.

Noi non abbiamo bisogno di città sicure, ma vivibili. Perché una città vivibile è già sicura.

Siamo a 10 anni dall’operazione Minotauro, in cui Torino prende coscienza che le mafie nella nostra città non sono solo infiltrate, ma hanno trovato un terreno ospitale per un proprio radicamento. Noi dobbiamo rendere Torino inospitale alle mafie e maturare gli anticorpi affinchè l’Ndrangheta non trovi casa. Il fenomeno è stato sottovalutato per troppo tempo, serve formazione per gli amministratori, per le forze produttive. Servono interventi educativi nelle scuole. In questo periodo dove il morso della crisi si fa feroce, emerge in maniera forte l’allarme verso le di vittime dell’usura. Noi dobbiamo stare al fianco delle vittime, dobbiamo sostenerli nella denuncia, non possiamo abbandonarli. Rendere una città più sicura significa per esempio regolamentare il gioco d’azzardo, per motivi di salute pubblica e tutela delle fasce deboli. Torino deve intervenire per porre dei limiti alla presenza di occasioni di gioco d’azzardo sul territorio, contrariamente a quello che ha recentemente fatto la Regione Piemonte modificando la legge 9/2016 e quindi aprendo le maglie dell’opportunità del gioco d’azzardo. Io credo che su questi aspetti la coalizione sia pienamente in accordo.

Qualcuno nella coalizione non è d’accordo? Chiediamoglielo, a noi l’onere della prova.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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