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È solo la pandemia a farci del male o è vera e propria decadenza?

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E mi abbandono
al triste vento
che mi trasporta
di qua e di là simile a una
foglia morta

(Paul Verlaine, Canzone d’autunno)


Nella storia delle civiltà alcuni modelli di studio individuano tre fasi: eroica, di riordinamento e decadenza. Lo studioso olandese Johan Huizinga dava a una sua opera, destinata alla celebrità nel campo della ricerca storica, il titolo “Autunno del Medioevo”. Così infatti egli definiva il periodo compreso tra il Trecento e il Quattrocento che segnava il tramonto della civiltà medioevale, raccontandolo come un lungo declino. Nel corso di questo arco temporale emergevano sentimenti di nostalgia per un mondo che andava scomparendo. Un mondo che covava sentimenti di precarietà, perdita di significato, dal quale si provava ad evadere cercando consolazione nel sogno oppure nella dissolutezza. «Gli uomini cercavano di liberarsi da uno stato di angoscia opprimente ricorrendo a forme di esorcizzazione del reale attraverso riti, cerimonie, giochi cavallereschi, poemi amorosi, nel tentativo di trasformare la vita in un sogno» (cit. Diego Giachetti) .

Questo atteggiamento era un segno di decadenza, in quanto dimostrava che quella società non sapeva reagire alle difficoltà, ma si ripiegava progressivamente su  se stessa. Uno stato di “spleen” diffuso conduceva le persone a vivere passivamente senza progettualità.

Max Weber chiama questi periodi storici tempi dell’angoscia, Emile Durkheim parla invece di anomia, cioè lo stato di mancanza di norme. Per il filosofo francese lo stato di anomia definisce una caratteristica del sistema di norme, valori e tradizioni in cui l’individuo si trova inserito e non la reazione a questo.

Per non allungare troppo il brodo potremmo ricorrere alla magia della semplificazione e dire che l’anomia rappresenta l’antitesi della solidarietà sociale. Da una parte dunque vi sarebbe la rappresentazione di un gruppo, dall’altra, con lo stato di anomia, il suo progressivo disintegrarsi.

Che si voglia dare retta a Huizinga, Weber o Durkheim, quel che si può osservare in termini generali è il manifestarsi di una popolazione amorfa, in cui l’emotività è perlopiù relegata a scoppi d’ira improvvisi e non organizzati. Una società caratterizzata dalla frantumazione e senza visione, predisposta ad affidarsi a leader improvvisati, o peggio ancora carismatici, che non di rado assumono identità pregiudizievoli per tutta la società.

L’unico modo per superare l’anomia è, per Durkheim,  il miglioramento dei processi educativi dell’individuo al fine di arrivare alla “guarigione” di tutto l’organismo, la società.

Io non so come si possa rifondare in Italia un pensiero progressista, o chiamatelo un po’ voi come vi pare, che superi l’odierna fase di decadenza dissimulata da presentismo. Si potrebbe andare verso un paradigma che dica a chiare lettere che “il liberismo non è di sinistra”, che carità non è lo stesso che solidarietà e ancora che si può avere il pacchetto completo di diritti civili senza che si riducano sensibilmente le disuguaglianze sociali ed economiche.

Non credo che una nuova progettualità, la cui necessità si è resa drammaticamente evidente in pandemia, passi obbligatoriamente attraverso organizzazioni, strutture e leader esistenti. Non penso neppure che il maggior partito della sinistra italiana, diviso com’è, possa andare a sintesi su un ipotetico “manuale d’uso della sinistra”.

Fabio Mussi, in una recente intervista su Il Manifesto, sostiene che «quello che accade da anni nel Pd non dipende dalla cattiveria dei singoli, ma da un sistema che determina i comportamenti. Nel Pci c’erano correnti clandestine su piattaforme pubbliche, Ingrao e Amendola, nel Pd invece correnti pubbliche su piattaforme clandestine. Non ci sono progetti diversi, idee di società che si confrontano, il partito è un trust di comitati elettorali, a sostegno del maschio alfa che li guida. Per questo i segretari durano come un gatto in tangenziale». «… È la stessa constituency del Pd che si fonda su una sbornia blairiana mai smaltita. E invece oggi il tema è quello di una riforma radicale del capitalismo, di un pensiero critico. Non è la rivoluzione bolscevica, ma serve una riforma di livello pari alla nascita dello stato sociale. E questo ovviamente mette in discussione i presupposti stessi della nascita di quel partito. Ci vuole una schiera di liberi e forti per aprire un capitolo nuovo per la sinistra».

Venendo al dunque, forse il rinnovamento di cui parla Mussi potrebbe passare da noi. Ma noi chi esattamente?

Ad un certo punto, nei prossimi mesi, l’emergenza sarà dichiarata conclusa (varianti permettendo) e potremo tornare aila “normalità”.

L’antropologo David Graeber, in un testo scritto nel 2020 poco prima della sua morte, sosteneva che dopo la pandemia non dovremmo semplicemente tornare ad accettare il sistema come il solito presente che si ripropone come se nulla fosse accaduto. Si dovrebbe poter arrivare a formulare una sorta di pensiero diffuso secondo cui, al termine di questa crisi, sia «obbligatorio non scivolare di nuovo in una realtà in cui tutto ha una sorta di senso inesplicabile… nel modo in cui le cose accadono senza senso come succede di solito nei sogni».

Sarà possibile un risveglio che sia propedeutico ad una nuova fase “eroica” in cui non si debba considerare normale che i mercati finanziari siano «il modo migliore per dirigere investimenti a lungo termine anche se ci stanno spingendo a distruggere la maggior parte della vita sulla Terra?».

L’idea di fare qualcosa di rivoluzionario potrebbe partire dal non cercare sempre un’identità di comodo in quella degli altri. Dovremmo operare uno sforzo su noi stessi trovandone una nostra, anche se questo costa la fatica di pensare fuori dagli schemi. Se qualcosa ci sta insegnando la pandemia è proprio sul significato delle parole economia e mercato: la prima riguarda le regole della casa comune in cui viviamo ed in cui ci forniamo a vicenda ciò di cui abbiamo bisogno per essere vivi (in tutti i sensi); la seconda fa riferimento ad un modo di «catalogare i desideri aggregati dei ricchi, la maggior parte dei quali è leggermente patologica».

Non torniamo a dormire. Il prossimo risveglio potrebbe essere in realtà un incubo. A volte i paradossi…

 

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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