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Ecco cosa possiamo imparare dal fenomeno Calenda – professione influencer

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Carlo Calenda, il personaggio

A livello nazionale le campagne elettorali (o meglio, le boutade) di Carlo Calenda, possono apparire come poco più che i capricci di un influencer qualunque, magari pure un po’ troppo in là con gli anni per fare certe cose.
La sua attività politica si riduce quasi completamente ad una roboante presenza sui social e alle intemerate sui giornali, in favore dei quali rilascia interviste da brillante bastian contrario.
La vera politica, intesa come attività di servizio alla collettività, è ormai praticamente assente.
(A questo riguardo, mi piace molto l’espressione britannica per indicare l’attività di chi riveste un ruolo pubblico. “To serve”: credo che indichi bene lo spirito con cui si dovrebbero idealmente adempiere le funzioni pubbliche – “con disciplina ed onore”, come recita la nostra Costituzione)

Carlo Calenda a Roma, il candidato sindaco influencer

La campagna elettorale condotta da Calenda nel 2021, con il suo stile guascone dell’ “io contro il resto del mondo”, restituisce all’opposto un’immagine di una pochezza di prospettiva. Il personaggio – senza reali possibilità di elezione a Sindaco di Roma – capitalizza un buon risultato ed un eccellente ritorno di visibilità, per poi abbandonare immediatamente il suo gruppo. Al contrario Calenda, votato dai romani ed eletto consigliere comunale, avrebbe ben potuto restare alla guida dell’opposizione consigliare e pungolare la maggioranza capitolina, sicuramente non così ostile nei suoi confronti, magari impegnandosi nel frattempo per far evolvere il suo partito verso qualcosa di più di un semplice fan club personale. Invece, in maniera del tutto prevedibile ma non per questo meno deludente, ha scelto di dimettersi dal ruolo conquistato con le sue forze (quello di consigliere comunale a Roma), per mantenere quello di parlamentare europeo, ottenuto però, si badi bene, militando nelle fila di quel partito, il Partito Democratico, abbandonato poco dopo l’elezione.

C’è sempre qualcosa da imparare

Sono sempre stato convinto che il contesto, il momento storico, le forze economiche e sociali, le strategie determinino la politica ben più dei singoli individui; eppure le illusioni e le delusioni maturate negli ultimi anni – nell’attivismo partitico così come in quello dei movimenti – mi stanno facendo ricredere, avendo constatato quanto le mancanze individuali (abbinate a smisurate presunzioni) possano incidere negativamente sui risultati collettivi.
Nel caso di Carlo Calenda e del suo partitino/fan club “Azione“, tuttavia, mi sento di indicare due elementi da tenere in considerazione – elementi che possono riguardare la politica e l’interesse collettivo e che sono molto più rilevanti del semplice giudizio di simpatia o di fastidio verso l’istrionismo del personaggio pariolino.

Il miraggio di una politica industriale in Italia

1- Innanzitutto, Carlo Calenda è stato un buon ministro. Di certo non perché il suo indirizzo sia stato particolarmente progressista. Tuttavia sotto la sua guida di Ministro per lo Sviluppo Economico dei governi Renzi e Gentiloni l’Italia ha avuto una cosa che mancava da almeno un ventennio (e che è tornata oggi a mancare, gravemente, persino con un governo come quello di Draghi, tutto appiattito sugli interessi economici): una politica industriale.
Il piano Industria 4.0 (assieme ad altre misure) ha rappresentato in effetti un qualcosa di diverso e di migliore dei consueti regali ai padroni, padronati e padroncini. Non si è trattato di uno sconticino fiscale o di una distribuzione di risorse a pioggia, ma di un tentativo di stimolare gli investimenti industriali e di promuovere ed indirizzare l’innovazione del capitale produttivo.
Si è trattato di una misura – mi scusino quelli che ne sanno di economia – se non keynesiana quantomeno schumpeteriana: per una volta, qualcosa di più lungimirante del solito inchino alle rendite di posizione o di una strizzatina d’occhio a qualcuna delle grandi lobby o delle piccole corporazioni che costellano, innervano e soffocano il panorama economico e sociale italiano. Certamente sarebbe stata fin da allora auspicabile una maggiore (o anche soltanto una minima!) attenzione ai risvolti ambientali e sociali, ma l’idea di uno Stato che promuova e guidi l’innovazione industriale era tornata, finalmente, a fare capolino.

Un club per combattere la solitudine degli amministratori locali?

2- In secondo luogo, Azione è tecnicamente un partito, sempre che di partito e non di club si voglia parlare, non di massa, ma di quadri. Organizzativamente, il poco di struttura esistente, al di là della macchina di propaganda nazionale incentrata sulla figura del personaggio politico/social influencer Carlo Calenda, è composto da singoli notabili dotati di un proprio patrimonio di competenze e di reti di relazione.
Nel vuoto lasciato dalla crisi (o dalla consapevole e colpevole distruzione) dei partiti, mi ha colpito la capacità attrattiva di Azione tra giovani consiglieri e sindaci dei piccoli Comuni. Ho notato la forza di questo fenomeno soprattutto nel corso delle recenti elezioni provinciali nella “mia” Provincia di Cuneo. Si tratta ormai di elezioni di secondo livello, nelle quali sono chiamati a votare solamente i consiglieri e i sindaci comunali.
Chiacchierando con alcuni amministratori trentenni e quarantenni della rarefatta ma vitale provincia rurale, mi è parso di capire che per molti di loro essere inseriti in un club di “notabili” risponda al bisogno di riconoscimento, ma anche di scambio di competenze e di contatti, di confronto. Si tratta di funzioni essenziali che non vengono più svolte, soprattutto per chi vive al di fuori delle grandi città, né dai partiti, né dal sistema istituzionale; quest’ultimo distrutto, a mio parere, dalla sciagurata riforma Del Rio del 2014, che ha (fintamente) abolito le Province, lasciando amplissime parti del territorio e della cittadinanza prive di un’importante copertura di servizi e di rappresentanza.

Cosa possiamo imparare dal fenomeno Calenda: i bisogni politici cercano sempre risposte politiche

Pur essendo molto distante per valori ed inclinazioni personali rispetto al modello calendiano, seguo la massima secondo la quale i fenomeni politici nascono ed esistono per rispondere a dei bisogni reali.
Credo che i due punti che ho toccato in precedenza – la necessità di una politica industriale focalizzata sugli investimenti e sull’innovazione invece che sulle rendite e la necessità di dare rappresentanza politica e istituzionale non soltanto alle cosiddette “aree interne” o rurali, ma a tutti quei territori (le tante periferie, i tanti sud, non necessariamente poveri o deboli) collocati fuori dalla geografia e dalla retorica delle “grandi città globali” – vadano affrontati con consapevolezza da qualsiasi coalizione politica intenda farsi carico della guida del Paese.

Chi decide la rotta?

Una guida politica che sappia mantenere la rotta lungo le faglie sempre più profonde tra i centri e le periferie del Paese è più che mai necessaria in questi tempi burrascosi. La parola “governo” d’altra parte, trae origine dalla parola greca che indica il timoniere delle navi.
Il pericolo che temo nell’affidare il timone ad un partito/club per pochi notabili “competenti” è lo stesso che risento nel fare cieco affidamento nel Governo dei tecnici (il governo dei migliori?): il pericolo cioè che capitano e timonieri si occupino molto della prima classe, ma si dimentichino della terza classe, dove, lo sappiamo bene, non ci sono club esclusivi, ma solamente “sudore e spavento“.
Per quanto riguarda la proverbiale disillusione degli italiani nei confronti della politica: di grandi capitani (e di nobili ufficiali) pronti ad abbandonare sia i passeggeri sia l’equipaggio abbiamo già una grande esperienza.
Per conto mio continuo a pensare che, se si vuole essere credibili quando si invoca l’unità nazionale o quando si afferma che “siamo tutti sulla stessa barca”, si debba intendere la politica, pur con gli aggiustamenti di rotta necessari, non come una crociera (di piacere o di affari) su di un panfilo di lusso, ma come espressione dei bisogni popolari – per i molti e non per i pochi.
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