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Resilienza: la parola d’ordine della società neoliberale.

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Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è il piano predisposto dall’Italia per rilanciare l’economia dopo la pandemia di COVID-19.

Il PNRR fa parte del programma dell’Unione Europea noto come Next Generation EU. Esso si basa su un fondo da 750 miliardi di Euro per la ripresa europea (da qui il nome  “Recovery Fund”, cioè “Fondo per la ripresa”). All’Italia sono stati assegnati complessivamente 191 miliardi, 70 in sovvenzioni a fondo perduto e 121 in prestiti.

L’idea di un Recovery Fund per risollevare le economie degli Stati membri dell’Unione Europea duramente colpiti dalla pandemia di COVID-19 fu avanzata nell’aprile 2020 e definitivamente approvata nel Consiglio Europeo Straordinario del luglio 2020.

Una prima versione del documento fu approvata nel gennaio 2021 dal governo Conte II. A seguito della crisi del governo Conte e della sua sostituzione da parte del governo Draghi, quest’ultimo riscrisse parzialmente il PNRR.

L’approvazione del PNRR ha subito un iter complesso: la versione deliberata dal Consiglio dei Ministri è stata sottoposta al voto sia della Camera dei Deputati sia del Senato della Repubblica; quindi, dopo un ulteriore passaggio in Consiglio dei Ministri, il governo italiano ha presentato il proprio piano alla Commissione europea il 30 aprile 2021. Il Governo, inoltre, ha integrato la dotazione del PNRR con un Piano Nazionale per gli Investimenti Complementari, che ha stanziato risorse aggiuntive pari a 30,6 miliardi di euro per progetti rimasti esclusi dal PNRR. Il totale degli investimenti previsti ammonta quindi a 222 miliardi di euro, spicciolo più spicciolo meno.

Fin qui la sinossi. ( Fonti: www.governo.it, www.mise.gov.it, Wikipedia)

Noi di AMA, da cultori dilettanti della parola scritta, ma ancor prima pensata, non abbiamo potuto fare a meno di cogliere l’importanza data a un termine, la “resilienza”, il cui significato appartiene in genere ad altri ambiti. Vale forse la pena spendere qualche riflessione a riguardo, perché senza rendercene conto stiamo parlando della parola simbolo della nostra epoca.

Con “resilienza” si intende un termine appartenente al lessico della fisica. Esso indica la capacità di un materiale di piegarsi senza spezzarsi. Fin qua tutto bene, ma allora qual è la relazione con il piano di ripresa economica post Covid? Cercando di non divagare troppo, possiamo dire che con il termine “resilienza”  esprimiamo un concetto che riassume in sé il senso profondo della condizione umana nell’epoca neoliberale.

Primo: la resilienza non è “resistenza”. La resistenza indica una posizione ferma, una solidità intrinseca che si può  scalfire, in estremo pure rompere, ma non muovere o piegare. Ciò che resiste infatti ha sostanzialmente due esiti: spezzarsi  o costringere ciò che “impatta” a mediare. La resistenza rimanda ad una realtà culturale, sociale e politica connotata dalla solidità delle proprie posizioni di fronte all’ondata di piena del cambiamento, lasciando alla  mediazione il ruolo di estrema risorsa e sempre che si accetti infine l’idea che il cambiamento sia impossibile da arrestare. “Panta rei” (tutto scorre), come sosteneva il filosofo greco Eraclito.

Secondo: la resilienza non è una semplice “liquidità” dei sistemi organizzati dell’uomo. Secondo i sociologi della politica l’ente “resiliente” umano non si limita a conformarsi al contesto esterno, come accade invece in fisica ad un liquido che si adatta al contenitore in cui viene versato. La resilienza, nella migliore delle realizzazioni, è una forma di adattamento creativo ai mutamenti dell’ambiente esterno. Di fronte ad una società di mercato plasmata dalle politiche neoliberali e dalle trasformazioni culturali, tecnologiche ed economiche del capitalismo contemporaneo adattarsi significa flettersi. Che però, a nostro modesto avviso, è ben diverso dal genuflettersi.

Purtroppo in un contesto  mutevole é vero, ma sempre più precario, tendiamo a girare come criceti nelle rispettive ruote, dominati da un inarrestabile vortice di cambiamento. All’interno di queste dinamiche, costituite in massima parte da preferenze dei consumatori e di mode che si rinnovano sempre più velocemente, è richiesto  un adattamento continuo ed incessante della struttura economica e sociale. Hayek parlava di “ordine spontaneo” per descrivere il funzionamento del mercato: la società di mercato non si presta ad essere descritta con i  modelli matematici della teoria economica neoclassica, ma richiede al contrario un modello analitico che ne metta in luce il carattere di continuo mutamento dei dati  e il riadattamento costante della struttura sociale ed economica. La società di mercato, a dirne il vero da queste parti l’avevamo capito anche senza Hayek, non è statica, anzi è estremamente dinamica e votata a sporgersi non solo sul nuovo, ma pure sul possibile, o sull’ignoto: “Panta rei” all’ennesima potenza. Oppure una rivisitazione in chiave allegorica del “to boldly go where no one has gone before” dell’allegra combriccola del capitano Kirk.

Se allora è vero che da un lato all’ “homo oeconomicus” contemporaneo basterebbe, per sfangarsela, una certa dose di adattamento creativo, la resilienza appunto, dall’altro vien da chiedersi quale sia il fine ultimo dell’essere contemporaneamente ingranaggio di una macchina in cui egli ha la doppia funzione di svolgere il compito che gli viene richiesto e di riplasmarsi continuamente nel farlo, ma al contempo partecipa attivamente ai cambiamenti propri di quel  marchingegno la cui struttura cambia senza sosta proprio perché sono gli ingranaggi stessi a modificarlo. Attenzione: pericolo supercazzola bitumata con scappellamento a destra!

In altre parole, qual è il progetto che accompagna la resilienza?

A conclusione del ragionamento, chissà perché, ci viene in aiuto un libello scritto da “due maschi bianchi cis-etero borghesi dell’800” in cui si parla di cose come la coscienza degli uomini e del fatto che essa tenda a cambiare col variare delle condizioni di vita e delle relazioni sociali. In quelle vecchie ma sempre confortanti pagine si racconta che la storia delle idee e la produzione intellettuale si trasformano insieme a quella materiale. Sarebbe tutto molto bello, se non fosse che, come ben facevano notare i nostri due attempati autori, le idee dominanti di un’epoca sono sempre e soltanto le idee della classe dominante. Proprio come accade per la resilienza, se ci soffermiamo a pensare a chi ce la sta propinando.

Quando nascono idee rivoluzionarie, vuol dire che all’interno della società, così come concepita sino a quel momento, si sono formati gli elementi di una società nuova, e che la dissoluzione delle vecchie idee procede di pari passo con la dissoluzione dei vecchi rapporti di vita. Invece qua il progetto è sempre lo stesso: tanto per pochi che resistono e poco per tanti che “resiliano”.

Il problema con la resilienza è che la regola la fa chi ce la fa, non chi soccombe. Non c’è nemmeno bisogno di essere comunisti per capirlo.

Image Credit: pixabay.com, www.gov.it

 

 

 

 

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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