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La guerra – per come è davvero – non è una lotta tra il Bene e il Male, ma tra il Male e il Peggio

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🇺🇦 Aggiornamento venti di guerra parte II 🇺🇦

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Una frase attribuita a Pablo Neruda recita più o meno così: “Le guerre sono fatte da persone che si uccidono senza conoscersi, per gli interessi di persone che si conoscono ma non si uccidono”.

Le guerre, dice bene Neruda, riguardano solo i popoli. I potenti assai di rado muoiono, anzi. Alla fine si siedono attorno ad un tavolo per spartirsi ciò che resta dopo le sofferenze patite da altri.

Gli esempi di quella che viene spacciata per umana follia dai comportamentisti, si riduce assai più banalmente a capriccio di potere delle élite sin dai tempi della celeberrima battaglia di Qadesh.

Battaglia di Qadesh, Ramses II, rilievo nel tempio di Abu Simbel. Image credit Wikipedia

È con il ragionevole dubbio su ciò che sembra e ciò che è che dovremmo leggere il presente incominciando a domandarci  se il nostro concetto di “bene superiore” coincida in qualche modo con quello di chi ci propina narrazioni in cui è eroico immolarsi per la gloria della Nazione (ein Volk, ein Reich), ma è meglio ancora se ci si fa pure carico del senso di colpa.

Non va bene.

La guerra non è “igiene del mondo”. A meno che per igiene si intenda la redistribuzione periodica delle carte dello stesso mazzo truccato. In pratica succede che a un buon numero di poracci e rosiconi venga fatto credere di essere i protagonisti di un futuro radioso in questa vita, salvo riprendere ogni volta da un tristissimo quanto scontato “dove eravamo rimasti?”. Come può esservi catarsi nella lotta, se quest’ultima nasce dall’invidia sociale e trova il suo compimento nell’affermazione di vecchi e nuovi oppressori?

Aristotele, mica Giggino il bibitaro, sosteneva che “gli inferiori si ribellano per poter essere uguali e gli uguali per poter essere superiori […]”. Abramo Lincoln sintetizzava mirabilmente lo stesso concetto con l’aforisma “tutti gli uomini nascono uguali, però è l’ultima volta in cui lo sono”.

Se l’ennesima escalation economico/militare in atto dovesse sfociare in un conflitto, sul piatto non ci sarà l’autodeterminazione della nazione ucraina o quella delle neonate repubbliche del Donbass, ma cose tipo gas, metalli rari e rapporti di potere.

Da questa ennesima crisi l’Europa uscirà con le ossa rotte. Peggio ancora andrà per l’Italia. Detta un po’ prosaicamente, l’impennata dei costi energetici a cui assistiamo in queste settimane toccherà in maniera significativa il bilancio delle classi a reddito basso. Un ipotetico conflitto porterà l’Italia verso una situazione di grande difficoltà, considerata la dipendenza del nostro paese dal gas russo.

Rimane il fatto che senza un piano energetico l’Italia e la sua economia restano fortemente esposte alle volontà extranazionali.

Nessuno lo dice, ma il riconoscimento delle Repubbliche Popolari del Donbass russo da parte di Putin è stata una mossa audace ed astuta allo stesso tempo. Ora bisognerà vedere se l’Ucraina avrà l’ardire di attaccare direttamente un pezzo di Russia. Cosa che sarebbe avvenuta se lo status delle due repubbliche fosse stato solo quello dell’autoproclamazione. In altre parole, la pistola che Biden ha messo sul tavolo in questi giorni era clamorosamente scarica e Putin lo sapeva. Ora sarebbe il caso per gli Usa di rimetterla nella fondina per tirare fuori qualche argomento diplomatico: stabilire che la Nato smetta di espandersi ad est sarebbe un buon inizio.

Purtroppo non andrà così, perché il danno d’immagine è stato forte e dalle parti dell’amministrazione Usa certi affronti si lavano col sangue. Se è quello del Vecchio Continente, è meglio.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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